Conversazione tra Giovanni Termini e Ludovico Pratesi – Un’arte condivisa


Ludovico Pratesi: Come hai immaginato l’intervento nello spazio
del Suffragio e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con questa
mostra?

Giovanni Termini: Il progetto di mostra che presento nella chiesa
del Suffragio, luogo che in me ha sempre suscitato un certo
interesse per le sue qualità di spazio e che mi sembra avere un
rapporto quasi aureo, nasce dalla quotidiana osservazione di
un’armatura all’interno di un cantiere.
Come ho già dichiarato in altre occasioni il cantiere , da me inteso
come un luogo animato da gesti operativi seriali e deposito
di materiali accatastati che sono già forma prima che intervenga
l’uomo a conferirgliene una , è sempre stato per me luogo di seduzione
e di ispirazione. Per la mostra in Pescheria ho scelto di
delegare la realizzazione del lavoro principale, la scultura intitolata
Armatura, direttamente a una ditta di carpenteria edile che
si occupa esclusivamente di opere murarie, perché l’intenzione è
quella di ricreare all’interno dello spazio della chiesa la medesima
situazione e le stesse sensazioni che siamo abituati a vivere
quando ci troviamo in quei contesti. Quindi cercare di trasmettere
al visitatore la sensazione di quello che generalmente prova
quando si trova dinanzi a un cantiere edile dove si lavora per la
costruzione di un edificio.

Per quale ragione hai voluto ricreare un cantiere edile?

Per suscitare una riflessione sui suoi significati. Innanzitutto
un’armatura edile serve per creare un nuovo spazio all’interno
della chiesa: una nuova dimensione con cui il pubblico si deve
relazionare.
Nell’edilizia l’armatura serve a costruire lo scheletro di un edificio.
Contiene all’interno una struttura di ferro, che interpreto come la
metafora del sistema sociale con cui quotidianamente tutti noi
facciamo i conti. In realtà negli ultimi anni attraversando l’Italia mi
sono imbattuto dinanzi ad armature che non sono più il tramite
per, ma rimangono lì in attesa che l’economia e il sistema riparta.
E mi riferisco non solo all’economia in senso stretto, ma all’economia
delle cose: la vita, i rapporti, la cultura. Una visione sospesa
che però lascia spazio all’ottimismo, che ho voluto affidare a un’al-
tra opera, Idea di coesione: è un lavoro realizzato in cemento, che
contiene delle cinghie che in genere si usano nei sollevamenti di
carichi pesanti o come delle cinture di forza per tenere insieme,
materiali, oggetti, durante trasporti o tragitti, da un luogo all’altro.
Si tratta di pezzi di cinghie di diverso colore, provenienza e uso,
che ho conservato e messo da parte nel mio studio nel corso degli
anni, e adesso per me è arrivato il momento di ricucirle.

All’interno della tua ricerca, come si colloca l’installazione realizzata
per la mostra in Pescheria?

È come se lo spazio della chiesa del Suffragio mi chiedesse da
anni di essere interpretato; un metaforico grado zero, uno stadio
dove tutto può accadere e in cui qualsiasi elemento può intervenire
e dare vita ad infinite possibilità. Davanti al mio studio
era stato aperto un cantiere, oggi dismesso. L’opera è rimasta
incompiuta e il luogo abbandonato. È lì come a scandire un tempo
e non il tempo. In sostanza l’idea è stata quella di riproporre
la stessa “armatura” all’interno della Fondazione Pescheria, relazionando
la solidità della struttura con la precarietà dell’esistere.

Secondo quali criteri hai selezionato le opere da presentare in mostra?

La relazione intrapresa con l’idea di questa mostra è stata da subito
controversa e difficile.
L’idea evocava nel mio sentire, da subito, una essenza della scultura
vicina all’idea di classicità.
L’armatura, lo scheletro, la struttura, lo stampo, la forma; ma in
questo caso lo standby , la lunga pausa forzata che non permette
la concretizzazione dell’opera stessa, privandola di una compiutezza.
Tutto ciò, in realtà, non è altro che la preparazione per poter essere;
l’assenza totale di gettata diventa generatrice di attesa. Del
resto l’attesa è un tema che ricorre nel mio lavoro: nel 2001 la
collezione d’Arte Contemporanea nel Torrione di Cagli di Francesco
di Giorgio Martini, ha acquisito un lavoro dal titolo Celare l’attesa.
L’opera appare come un parallelepipedo ma in realtà è uno
stampo realizzato con sabbia refrattaria che contiene all’interno
la fusione di un lingotto, che non viene svelata. In questo caso
mi interessava soffermare l’attenzione sulla genesi invisibile delle
cose.
L’opera vuole in un certo senso ridare la stessa dignità e importanza
al processo e al percorso che ognuno di noi intraprende
prima di raggiungere un risultato e arrivare all’obiettivo finale.
La stessa sensazione che provo quando viaggio in motocicletta:
alcune volte mi piace perdermi senza pensare alla meta finale,
ma lasciandomi sorprendere dal viaggio stesso e dalle cose che
incontro casualmente. Così la scelta dei materiali è spesso dovuta
al fatto che essi sono il tramite o la sovrastruttura per arrivare
alla forma finale.

Quali suggestioni vuoi provocare con questa mostra?

Non credo l’arte debba suggestionare. La suggestione è un fenomeno
della coscienza per cui un’idea, una convinzione, un
desiderio, un comportamento sono imposti dall’esterno, da altre
persone.
Se penso alla suggestione mi viene da pensare all’ipnosi.
Credo piuttosto che l’artista, attraverso il linguaggio che sente
più appropriato, debba piuttosto assecondare una necessità, che
nasce come spinta interiore ma deve sempre essere condivisa;
non può restare in un circuito personale o autobiografico, isolato
dal mondo.